Mar 28, 2018 - BlogExperience    No Comments

Un abbraccio, nulla più

Abbraccio - Talantbek Chekirov

Abbraccio – Talantbek Chekirov

Martedì sera mi è successa una cosa piuttosto inusuale: sono andato a letto con una voglia particolare. Di solito, quando decido di infilarmi sotto le coperte è solo ed esclusivamente perché ho sonno, e se non ho sonno trovo mille distrazioni pur di non rischiare di trovarmi sveglio a letto bello pimpante a guardare il buio, cosa che non sopporto. Ieri sera, oltre a qualche sbadiglio sporadico probabilmente provocato dalla noia che solo la TV riesce a trasmettermi, mi sono alzato dal divano, saranno state le 2:00, minuto più minuto meno, ho bevuto un bicchiere di succo di pera, bagno, denti, pigiama o presunto tale, telefono in carica. Tutto sembrava apparecchiato alla solita maniera. Ma sentivo che mi mancava qualcosa.

C’ho pensato un po’ – ma neanche troppo – prima di accorgermi di cosa avrei avuto veramente voglia: di un abbraccio. Non so se di darlo o di riceverlo. Non si trattava di un bisogno necessario, né di una tacita richiesta d’aiuto proveniente da chissà quale parte occulta del mio cervello, però aver avuto qualcuno da abbracciare sarebbe stato bello. Un semplice abbraccio, di amore, di affetto, quindi anche di un amico, di un’amica. E allora mi sono chiesto che cosa fosse per me un abbraccio. E’ un gesto che più passa il tempo meno si vede, purtroppo. Le persone si salutano con tre baci (baci poi, guanciate. Dio fulmini chi ha sdoganato questa usanza, due bastano e avanzano), con un impersonale ‘ciao bel’ da brividi istantanei, o più freddamente con una stretta di mano, gesto che comunque ritengo estremamente rispettabile. L’abbraccio non si usa più se non quando ci si deve dire addio in aeroporto o quando ci si ritrova, sempre in aeroporto. O anche in stazione, va bene uguale. Ma al bar è vietato abbracciarsi? A me piace abbracciare.

Mi piace perché mi dà l’idea di empatia più di qualsiasi altra forma di saluto. Un abbraccio è sincero perché può non implicare altro se non affetto e non ha bisogno di spiegazioni. E’ asessuale. E’ senza razza. Senza età. Due corpi si incontrano per il semplice gusto di incontrarsi e trasmettersi tutto quello che di più positivo custodiscono gelosamente, e nonostante il gesto in sé sia tutto sommato breve (poi dipende eh…) l’effetto dura nel tempo, perché un abbraccio lascia il segno e dà la possibilità di immaginare. Se dovessi pensare ad un colore per descrivere l’abbraccio senza dubbio direi il bianco. “Ma come il bianco? Il bianco non è un colore”, qualcuno potrebbe pensare. Sì, cioè, no. Il bianco è un colore, semplicemente non ha tinte, ma racchiude in sé tutte le altre, come un abbraccio può racchiudere tutti i sentimenti e gli stati d’animo. Ci si abbraccia quando si è felici e alla stessa maniera ci si abbraccia quando si soffre. Ci si abbraccia quando ci si saluta prima di un arrivederci dal sapore di addio come ci si abbraccia quando ci si incontra di nuovo dopo un addio che invece addio non è stato. In mezzo c’è una scala cromatica più varia della fauna nella jungla che ognuno può interpretare come vuole, ma nulla può essere più di sollievo quanto un abbraccio.

Che non è necessariamente un’ammissione di debolezza, anzi. Per dare abbracci bisogna essere forti così come per riceverne, perché non sempre ci si aspetta l’abbraccio, è un gesto che può spiazzare, sorprendere. Meglio una stretta di mano, magari i due baci (i tre non li prendo nemmeno in considerazione) per mantenere un certo distacco. Ma con l’abbraccio si rompe il ghiaccio una volta per tutte, si crea un rapporto che poi nel tempo può anche rivelarsi poco solido, ma con l’abbraccio si mettono subito in chiaro le proprie intenzioni. Intenzioni di condivisione e partecipazione, “Ti abbraccio perché con te voglio condividere questo momento, anche se dovesse essere l’ultimo che passiamo insieme. Se poi non ci incontreremo più, di me avrai il ricordo di un abbraccio e non di una stretta di mano. Se invece ci incontreremo ancora tanto meglio, partiremo da una solida base”. Un abbraccio riempie la giornata, c’è poco da fare. E non ha lingua, se non nei vocabolari.

Inglese: Hug
Tedesco: Umarmen
Francese: Etreinte
Spagnolo: Abrazo
Ebraico: חיבוק
Portoghese: Abraço
Giapponese: 抱きしめること
Arabo: حَضَن
Russo: объятие
Finlandese: Halaus
Greco: αγκάλιασμα
Bengalese: 
আলিঙ্গন
Basco: 
besarkada

 

 

Mar 5, 2018 - BlogExperience    No Comments

Finchè morte non ci separi

Astori marca PaloschiE’ domenica, è mattina, circa le 11,30. Sabato la SPAL ha vinto il derby contro il Bologna, la Juve ha battuto la Lazio, il Napoli ha fatto harakiri e ha preso quattro penze dalla Roma. Mica male. Quindi mi sveglio, prendo coscienza di chi sono e dove mi trovo, apro la finestra, vedo che finalmente c’è sempre meno neve, il clima fuori è ancora rigido ma so che ci stiamo avvicinando alla primavera. In più ho tutta la giornata libera davanti. Felicità! Il mio primo pensiero è: “Oggi mi piazzo sul divano a guardarmi le partite, costi quel che costi”. Mi alzo, mi sciacquo la faccia, mi lavo i denti e poi mi arriva un messaggio, in questo momento non ricordo nemmeno di chi. Il testo recita così: “E’ morto Astori”. Mi blocco. Penso subito che sia la solita fake news, ma la mia è più una speranza che una certezza. Chi mai al mondo potrebbe inventarsi una notizia simile su Davide Astori, capitano della Fiorentina, un normalissimo calciatore, uno dei tanti mi verrebbe da dire? Presto arriva la risposta ai miei dubbi: non è una bufala, purtroppo è tutto vero.

Parto alla ricerca sfrenata di link e siti che possano dirmi qualcosa in più, è una notizia troppo sconcertante, per un giornalista sportivo quasi surreale, senza aver minimamente la presunzione di paragonare il mio dispiacere al dolore che proveranno la sua famiglia, la sua compagna e chi lo ha conosciuto davvero. L’unica cosa in cui riesco ad imbattermi in tempo record è il tweet della Fiorentina, tanto sterile quanto incisivo: “La Fiorentina profondamente sconvolta si trova costretta a comunicare che e’ scomparso il suo capitano Davide Astori, colto da improvviso malore” nell’albergo in cui alloggiava con la squadra in attesa di giocare contro l’Udinese. Un arresto cardiaco, nella notte, per la precisione (a proposito: la Procura di Udine ha aperto un procedimento per omicidio colposo). Fatico a crederci, ma ora non ci sono più dubbi.

Io, però, il mio lavoro di giornalista lo devo fare. Per una serie di motivi tocca a me scrivere l’articolo su LoSpallino.com su questa tragica fatalità e sul conseguente rinvio di tutte le partite di Serie A (e anche B, mettiamocela dentro). Sono sincero, non è stato facile, per niente, nonostante le poche righe pubblicate non dicano nulla di nuovo rispetto a quanto già letto su siti ben più vicini alla realtà viola. Il mio è un pezzo impersonale, privo di ogni emozione. Semplicemente dà un’informazione ai tifosi spallini che non potranno gufare Crotone, Sassuolo e Chievo nel pomeriggio. Ma che fatica scriverlo, che fatica. La sensazione era di inadeguatezza totale nel dover parlare di una cosa più grande di me provando a non mancare di rispetto a nessuno, ma senza sfociare nella retorica più ipocrita e banale che possa esistere. Ho messo insieme i pezzi che mi ero procacciato (e che i miei supercolleghi mi avevano messo a disposizione) e mi sono limitato a scrivere quello che c’era da sapere. Semplici info di servizio, stile voce all’altoparlante in un supermercato. Non potevo fare di più, non dovevo fare di più.

Il pomeriggio l’ho comunque passato sul divano, a guardare distrattamente il campionato inglese e la finale di Fognini al torneo di San Paolo (ha vinto, dedicando proprio al collega atleta il successo), a pensare che nessuno si sarebbe meritato il mio voto alle elezioni più ridicole degli ultimi anni e a rimuginare su quanto possa essere tremenda la morte improvvisa di una persona per chi, invece, resta vivo, almeno nel corpo, perché sono sicuro che Astori, una parte di vita di chi ora piangerà nel suo ricordo per mesi, forse anni, se l’è portata via con lui.

co.fe.

Per la foto si ringraziano Geppy Toglia e LoSpallino.com

Gen 29, 2018 - BlogExperience    No Comments

A Lisbona c’è sempre il sole

Bandiera PortogalloTorno da Lisbona con una convinzione banale ma chiara: questo non è un blog di viaggio ma un blog di emozioni. Non ho intenzione di annoiare nessuno (me stesso in primis) iniziando a descrivere nel dettaglio, tappa per tappa, i posti in cui sono stato. Per quello ci sono le guide. Preferisco raccontare quello che ho visto, come l’ho visto, come l’ho vissuto. A partire dal viaggio in aereo, deludente all’andata, sorprendente al ritorno, di notte, con le luci d’Europa ai miei piedi, ai nostri piedi. Io resto convinto di aver sorvolato Torino. Qualcuno ha riso ed è stato giusto così, perché per 4 giorni abbiamo pensato solo a ridere ed era doveroso finire come avevamo iniziato, senza pensieri e con il sorriso dipinto in faccia. Che non ci ha mai abbandonato, anzi, a volte ci ha addirittura fatto piangere. Di stupidità probabilmente, ma è troppo bello “dare importanza alle cose sciocche, basta esserne consapevoli”. Poi per fare i seri c’è sempre tempo, e il nostro è stato perfetto, in una città che ti lascia qualcosa per il semplice motivo che guarda oltre e si protende verso un altro mondo.

Lisbona è questo, l’ultima frontiera del vecchio e l’inizio del nuovo, un miscuglio di sensazioni da provare, tra salite da Tour de France e vie nascoste tra i bianchi palazzi che ti sorprendono per quanto sanno essere imponenti. Tra piazze da film d’amore e botteghe dentro alle quali si respira vita. Il Castelo de Sao Jorge ce l’ha fatta vedere dall’alto, dominavamo, cazzo! Mentre a Belem ci siamo messi sul suo stesso piano, girando lo sguardo al Cristo Rei prima di voltarci ad ovest, dove la foce del Tago diventa Oceano e gli occhi, oltre a riflettere i nostri cuori, possono immaginare non quello che c’è dall’altra parte, ma quello che vorremmo essere, magari diventare, senza porci alcun limite almeno per 72 ore. Alfama mi ha rapito, Alex ci ha rapiti. E’ forse lui l’esempio da seguire, ambulante senegalese cittadino del mondo che dell’Italia ha un bellissimo ricordo, ma che del Portogallo ne parla con la speranza di chi vede il futuro dove il presente è appena cominciato. La coppietta di anziani del minuscolo bar di fiducia per l’obbligatoria tappa imperial ci ha viziati (quelle sarde, mamma mia quelle sarde…) in un week end lungo terribilmente troppo corto. E la Praça do Comércio, una gemma. Dicono sia la piazza più grande d’Europa, non so se sia effettivamente così, ma di sicuro è quella che, almeno nel mio caso, ha lasciato più il segno, ma è anche vero che io e il viaggiare non siamo mai stati compagni inseparabili purtroppo. Al tramonto è indescrivibile, quasi quanto la guida spericolata dei taxisti alle 3 di notte o le gincane dei Tuk Tuk che ti sembra quasi di volare fuori. C’è chi dipinge col caffè e chi non riserva tavoli prenotati. Ah no…

LisbonaA Lisbona un barbiere di giorno si trasforma in un locale di notte, si beve birra perché “imperial” è la soluzione ad ogni problema, si cantano gli 883 al ristorante con camerieri che ballano su note a loro sconosciute (Max batte Fado 10-0), una confezione di Ricola al ribes nero diventa un tormentone, pure il baccalà è improvvisamente commestibile per uno che come me non sopporta il pesce. Si parte in 6 e ci si ritrova in 7 senza motivo se non per il bisogno di ridere, si declinano parole a caso, si prova a parlare portoghese, ma il risultato è più una cantilena che un modo per farsi capire. “Obrigado” va bene per ogni occasione, mentre tutto quello che sembra serio perde d’importanza, ci si penserà una volta tornati a casa. Ora la casa è lontana. Mancano i termosifoni, ma ci si scalda stando fuori, al freddo, che poi freddo non è, perché c’è un sole che infiamma anche il sangue e ti colora la pelata. E pace se i chilometri fatti sono tanti, quello che conta è che le scarpe siano comode. E se al tuo fianco camminano persone che ti hanno lasciato ognuna qualcosa di diverso e che non avresti mai e poi mai scambiato con nessun altro al mondo è normale non sentire la fatica e alla fine, poi, resta solamente la voglia di ripartire, e la meta è un dettaglio secondario.

Organizzazione, Risolutezza, Determinazione, Spiritualità, Intraprendenza. Ad ognuno il suo.

Obrigado Lisboa

co.fe.

Gen 24, 2018 - BlogSpal    No Comments

Facciamo che io sono Mora

Luca MoraVi do una notizia: LUCA MORA E’ VIVO. No perché da quello che si sta leggendo sui social network uno potrebbe anche pensare il contrario, ma vi assicuro che non è così. L’ho visto, sta bene, almeno fisicamente. Sta semplicemente succedendo quello che per un giocatore di calcio è normale: la SPAL lo ha ceduto. Allo Spezia, per la precisione. Capisco lo shock dei ferraresi, ma la sua salute non è in pericolo, statene certi.

Al di là di tutto, comprendo il dispiacere, e io stesso una smorfia di disappunto me la sono lasciata scappare quando mi sono reso realmente conto, ormai giorni fa, che Mora sarebbe andato via, ma la verità è che bisogna farsene una ragione. Ma da cosa deriva questo senso di simil-vuoto? La risposta, almeno nel mio caso, è semplice da ricavare. Per prima cosa mi sono chiesto che cosa rappresentasse per me un calciatore quantomeno inusuale come Mora. E’ totalmente diverso dai personaggi che siamo abituati a idolatrare e osannare, anche solo per il fatto che vederlo girare in pieno centro era ormai all’ordine del giorno. Io non so, ad esempio, quanto spesso si possa vedere, tanto per dirne un paio, Dybala che si beve una birra in Piazza San Carlo a Torino, o Icardi che passeggia sereno con altri compagni in zona Duomo a Milano. Oh, magari capita, ma non sarebbe comunque la stessa cosa. Perché in Mora adesso vedo un parmense con il cuore di un ferrarese. E poi, soprattutto, la sua forza è quella di non essere un fuoriclasse. Uno parlando di altri campioni potrebbe tranquillamente dire: “Eh vabbè, sto qua è un fenomeno, grazie al c****o che gioca in serie A”. No, non su Mora che, non me ne voglia, fenomeno non lo è e credo che mai lui si sia considerato tale. E proprio per questo è stato così tanto amato, direi alla follia, dal pubblico, dalla Curva, dalla tribuna e da chi prigramente si guardava l’ascesa spallina dalla Lega Pro alla A da casa sul divano. E’ un ragazzo normale che ha sempre sudato, e solamente grazie al suo sudore è arrivato dov’è arrivato. E’ uno come tanti, che però ce l’ha fatta, e per questo incarna l’immaginario di tanti di noi, me compreso, che prima di prendere altre strade ci siamo sicuramente immaginati sul prato di San Siro, con addosso la maglia della SPAL, e magari anche la fascia da capitano al braccio, a giocare contro l’Inter o il Milan. Lui ce l’ha fatta, ha realizzato il nostro sogno. E’ su FIFA dal 2016 e ha la sua figurina Panini!!! Insomma, se fossi bambino e andassi a giocare al campetto della chiesa direi con gli amici al momento di fare le squadre: “Facciamo che io sono Mora”. Invece ho la sua età, ma sono sicuro che una buona dose di ragazzetti ha potuto mettere in pratica – con orgoglio – il mio ragionamento.

La barba e il capello lungo alla Chabal lo fanno assomigliare più ad un rugbista che ad un calciatore in un tempo in cui se non ti fai la crestina o non ti impomati il ciuffo non sei nessuno. Lo stile casual, la camminata, il cappello fino agli occhi d’inverno, le chiacchiere mai negate a nessuno, le foto, i video-dedica ai (ma soprattutto alle) fan (io stesso, lo ammetto, ne ho approfittato per fare un regalo ad un’amica che avrei voluto diventasse più di un’amica), la sua Punto grigia vecchia almeno 15 anni tanto anonima quanto riconoscibile, sulla quale – e mentre lo scrivo mi viene da ridere – una sera ha provato a caricare una bicicletta senza neanche ribaltare i sedili posteriori, ovviamente con risultati rivedibili. E’ per questo che è diventato capitano, perché ha fatto quello che non era mai riuscito a nessuno in 50 anni, perché ha incarnato la mentalità spallina, perché è la perfetta immagine del calciatore non calciatore, che si fa preferire fuori dal campo al campione da 30 gol, ma per il quale, purtroppo, ad un certo punto, non c’è più spazio se non nei cuori e nei flashback delle tante persone che quando ricorderanno con nostalgia la doppia promozione avranno subito in mente la sua faccia, più di quella di Zigoni e Giani o di Gasparetto e Castagnetti.

Personalmente sono contento che sia andato via. Vederlo “marcire” in panchina o scendere in campo solo nei minuti finali di una partita, magari a risultato già acquisito, mi avrebbe dato un forte senso di tristezza. In più alla soglia dei 30 anni avrà anche dovuto pensare alla sua carriera non più così lunga da portare avanti e sprecare anche solo 6 mesi a guardare gli altri giocare – perché le gerarchie della SPAL al momento dicono questo – sarebbe stato probabilmente un errore. O almeno per me, se fossi al suo posto, lo sarebbe. Una cosa in particolare, però, mi dispiace: che non sia riuscito a segnare neanche un gol in A, dopo i 7 in B e in 5 in Lega Pro giocando prima da esterno e poi da mezzala. Quindi gli auguro questo: di centrare la promozione a La Spezia, restare, sopravvivere al mercato estivo e segnare la sua prima rete in A, a Ferrara, sotto la Ovest. Sono sicuro che non sarebbero solo i tifosi liguri ad esultare.

co.fe.

Per la foto si ringrazia Geppy Toglia, fotografo de LoSpallino.com

Gen 16, 2018 - Blogviaggio    No Comments

Prima tappa: LISBONA

Torre di BelemComincio da qui, da Lisbona, il mio blogviaggio. Perché proprio da Lisbona? Così, mi è gentilmente arrivata questa proposta di gita fuori porta e l’ho colta al volo, ma se mi avessero proposto una qualsiasi altra meta avrei accettato ugualmente. Cosa so di Lisbona? Nulla, è proprio il caso di dirlo. Va beh, so che è la capitale del Portogallo, che si parla il portoghese, che ha tre squadre di calcio, che lì si mangia un sacco di baccalà – il ché non è particolarmente invitante per uno che come me odia il pesce -, che è divisa in freguesias, vale a dire tanti piccoli quartieri, se non ho capito male. Poi so che ci sono la Torre di Belem (al tempo delle figurine dei monumenti d’Europa era forse sulla copertina dell’album, non ricordo con precisione), l’Oceano Atlantico, il Tago. E basta. Sì, sono parecchio ignorante in materia, come su tante cose. Da piccolo amavo la geografia, ma dalla teoria alla pratica ce ne passa assai. Però per me Lisbona sarà una tappa importante perché, udite udite, coinciderà con il mio primo volo aereo. Ebbene sì! Alla veneranda età di quasi 30 anni volerò per la prima volta! E’ quasi imbarazzante se penso che le mie nipotine a, rispettivamente, 4 e 2 anni, mi mangiano il riso in testa sull’argomento. No, non è per paura che mi sono privato di questa esperienza sicuramente formativa, ma semplicemente perché sono un accanito sostenitore degli spostamenti in automobile. “Ma si accorciano i tempi”, e io voglio che siano lunghi. “Ma si risparmia”, e io preferisco fare delle tappe. “Ma è così comodo volare”, e a me piace guidare. Tutte cose giuste, che so essere giuste, ma che non hanno mai rappresentato una priorità per me. Punti di vista, del resto non mi sono mai reputato una persona mentalmente semplice.

(Mie) sensazioni e (mie) opinioni a parte ora arriva il momento del mio appello: se qualcuno è già stato a Lisbona ha dei consigli preziosi da darmi su mete da visitare, posti da conoscere, piazzette da amore a prima vista o qualsiasi altra cosa degna di essere memorizzata e incastonata nel cuore e nella mente? Un concentrato di info da chi è più esperto di me, e non ci vuole molto.

co.fe.

Gen 8, 2018 - Senza categoria    No Comments

Un nome, una garanzia (di cosa non si sa). Inizio da qui

Inizio da quiPerché ho scelto di chiamare così questo blog? Perché sì, non c’è un perché vero e proprio. Sarà il mio nome, Costantino. Un piccolo costante che di conseguenza non è costante nella forma e nel tempo, dai capelli (che non ho) all’alluce o dalla sera alla mattina. Dipende dal piede che per primo scende dal letto. Di solito è il sinistro, e quando è così la giornata promette bene. Giuro, ci sto attento. Se invece è il destro a vincere la gara sono casini, soprattutto se la prima cosa che trovo per terra sono le Birkenstock di sughero fredde ghiacciate a gennaio. Meglio le pantofole, ma sono sfondate, diventano presto scomode. Pace, sono poco costante anche in questo. Di cosa parlerò? Non so neanche questo. E’ già tanto se sono riuscito ad arrivare fino a qui, ma Salvatore Aranzulla è stato fondamentale, credetemi. Ma prometto che cercherò di migliorare, magari trovando un po’ di inventiva e qualche spunto interessante. Non so se ci riuscirò, ma le intenzioni sono buone, facciamocele bastare per il momento. Poi sarà la mia incostanza a decidere cosa ne sarà di questo blog, ok? Siamo d’accordo? Chi tace acconsente, baci a tutti.

co.fe.